L'ignoranza nel campo artistico

Giovanni Pennacchietti

Arti  ·  15 luglio 1953

E' facile scorgere nelle gallerie commerciali gruppi di acquirenti, che osservano oppure comperano tele. Spesso qualche parolaio illustra il valore del quadro mettendolo all'asta per ingannare chi viene attratto da quattro colori smaglianti e dalle offerte dei cosiddetti compari.

Si sente dire da signore, che credono di essere delle erudite in ogni campo: ho comprato una magnifica natura morta con delle frutta che sembravano vere, in una cornice grande e la vendevano a poco prezzo; oppure altre innamorate del mare che elogiano tele con marine esposte nell'eterne gallerie, quelle che hanno quadri per decorare o per riempire un vuoto in una parete.

Parlano tutti dei quadri che costano poco, della miseria degli artisti, pensano che quelle tele a poco prezzo siano fatte con coscienza e con l'interesse di non ingannare il profano, il quale non sa che le tele che compera sono fatte in serie e incorniciate in modo da far figura. Sono quadri esteriori, quadri che non hanno nessun valore eppure vengono venduti, ammirati dagli ignoranti perché producono la natura fotograficamente o hanno l'aspetto di cartoline, cioè sembrano più vicini a noi dato che non si staccano dal soggetto.

L'opera d'arte però, è qualcosa di differente, non è imitazione, ma interpretazione, trasfigurazione, deformazione della natura. È qualcosa di vitale e di bello che dice della sensibilità dell'autore, dell'animo di questi. È deformazione, perché l'artista non raffigurando il soggetto qual è in natura, ma mettendo in evidenza solo quelle particolarità che lo colpiscono e che per lui sono le sole a dare il carattere al soggetto stesso, crea una nuova forma, che non è la copia esatta, quindi deformata, del naturale. Per la deformazione non s'intende la caricatura, bensì la trasfigurazione, l'esaltazione della bellezza.

Come si fa a dire queste cose a chi non ha che presunzione, a chi crede di essere esperto in ogni campo, a chi non capisce la differenza fra prosa e poesia, fra fotografia e opera d'arte? Ecco il problema dell'educazione del gusto che si affaccia imponente ma che tutti preferiscono ignorare, lasciare da parte, perché tanto il "Bello" lo capiscono solo gli iniziati.

È vero questo. Infatti un profano non può gustare "La Divina Commedia" come l'ha gustata De Sanctis, un quadro di Tiziano, come può ammirarlo uno studioso dell'arte. Tutti però sentono un qualcosa avanti ad un'opera bella, e pur non sapendo che dire, dato che non conoscono la terminologia, l'età a cui appartiene l'opera, la personalità di chi l'ha fatta, che non sono atti a leggere da un dipinto l'animo dell'autore, l'espressione ambientale e coloristica del periodo in cui è sorta l'opera, lo stile che gli dà il carattere, sanno di trovarsi avanti ad un mistero come avanti a qualsiasi bellezza naturale.

L'opera pittorica è una bellezza creata dall'uomo, dall'uomo che ha trovato un mezzo espressivo dopo aver sofferto e conosciuto quali cose allietano lo spirito, quali sono necessarie per dimenticare le bruttezze della vita. L'artista è tale quando imita la natura nell'atto creativo, cioè quando crea una novità, quando, mantenendosi coerente al suo stile, si propone di cantare attraverso i colori qualche lirica, che lo trasporta fuori del mondo comune.

Non necessita che pensi da fare, che studi la disposizione che faccia conti e segua trattati scritti sul modo di dipingere, ma che lasci libere le capacità creative, il suo gusto, cioè operi senza filosofare, senza discutere, senza seguire la critica, perché la critica informa chi s'interessa della cosa, ma non può dettare leggi ad un artista, il quale ha la libertà, come un poeta di usare parole sue. La libertà, però, viene presa per schermo da molti, che credono di essere artisti, che non hanno fatto mai nulla di buono e che pensano d'ingannare la società mostrando enigmi e obbrobri. Qui subentra la coscienza.

Opere di Lotto al Palazzo Comunale di Jesi

Giovanni Pennacchietti

Voce Adriatica  ·  7 novembre 1952

Fra i grandi cinquecenteschi veneti abbiamo Lorenzo Lotto. Venezia è ancora ricca benché non commerci con le potenti nazioni europee attirate dal nuovo continente, e l'arte fiorisce indisturbata in essa.

Il Lotto lascia spesso Venezia, la sua città natale, dove non è riuscito a metter su bottega per le continue disavventure. Quando è nato non si sa di preciso, ma dal testamento del 1546 si può dedurre esser giunto l'artista fino all'età di 66 anni circa. È figlio di bergamaschi — il nome "Lotto" si trova facilmente nei dintorni di Bergamo — e per questo ama tenersi in continuo contatto con gli artisti della terra ferma, cioè: Montagna, Cima da Consigliano ecc.

Fin da giovinetto si esalta nell'osservare le opere religiose di Giovanni Bellini, noto per la pittura sacra, e di Alvise Vivarini. Del Vivarini è poi discepolo, ma studia sempre l'arte del Giambellino, perché le madonne ben composte, colorite e con lo sguardo dolce, misterioso, lo trasportano nel mondo spirituale. È allettato da Tiziano per la composizione e il colore messo con una maestria insuperabile. Fonda la sua poesia su forme belliniane, e acquista una tavolozza che può rivaleggiare con l'arcobaleno per ricchezza e purezza di colore. Lavora molto a Bergamo. Non trascura le Marche disseminando svariate opere a Jesi, a Cingoli, ad Ancona, a Osimo, a Loreto e a Recanati.

A Jesi ha lasciato una "Deposizione", una "Annunciazione" e una "Storia di Santa Lucia". Questo patrimonio artistico conservato nella Biblioteca, cioè nel palazzo comunale — opera di Francesco di Giorgio Martini — da molti ignorato o dimenticato: eppure chissà quanti infelici, toccati dalle pennellate e gesti vibranti, che danno vita alle figure del Lotto, hanno ripensato alla realtà della vita e ripreso la buona strada, quella della lotta assidua per il bene proprio e degli altri.

La "Deposizione", che risale al 1512, è l'opera meno apprezzata per il gesto teatrale della Vergine. Non si vuole capire che Cristo ha scelto per madre una donna, che pur dotata di superiorità rispetto alle altre è sempre una donna, e, in un momento di dolore straziante, come poteva frenare un gesto improvvisato dall'istinto? Il groviglio delle pieghe aumenta la drammaticità e crea un'atmosfera di pianto.

La "Visitazione" ha la Vergine troppo goffa nei movimenti, secondo molti critici. Doveva però essere così. Come può essere agile una donna in un simile stato? Per la teatralità della Vergine nella "Deposizione", la goffaggine nella "Visitazione", le due opere non dovrebbero essere menomate, anzi accresciute nel valore intrinseco, perché rivelano l'autore quale interprete fedele della realtà e aulico maestro nel cogliere gli stati d'animo, che si riflettono nel volto dell'uomo.

La storia di S. Lucia pitturata nel 1530, è composta da una predella tripartita e da una tavola. La narrazione è chiara: la santa prega in una chiesa ove tutto è freddo e malinconico, poi avanti al proconsole parla con fermezza — lo dice il dito alzato che tiene senza temere nemmeno tutti quei buoi che dovranno trasportarla al luogo dell'atroce martirio. La semplicità si trova nella narrazione, nella coloritura, nelle ombre irreali. Le figure ben accartocciate in vesti policromi, anatomicamente perfette, con occhi che parlano, animano le diverse creazioni.

Nel suo lavoro il Lotto è preciso e chiaro. Ha trascurato l'imitazione perfetta della natura, questo gli si accusa, ma l'arte non è imitazione, è trasfigurazione. Il desiderio di novità, di amore e di affetto hanno contribuito a spingerlo in una continua peregrinazione e l'arte sua lo porta segnato. In ogni opera, specialmente nei ritratti, si scorge che Lorenzo Lotto non è solo maestro ma anche un precursore, in arte, delle ere successive.

Assolutismo e relativismo estetico

Giovanni Pennacchietti

Arti  ·  25 novembre 1953

Il nostro non è un tempo di decadenza — come molti dicono — ma di studi, di ricerche e di creazioni artistiche. Non fa scernere le cose belle da quelle comuni, non dà al critico e all'uomo in genere la capacità di giudicare, di mettere in luce quello che vale e boicottare il falso, il brutto; non differisce dalle altre fasi storiche e ci fornisce la possibilità di sbagliare quando ci sforziamo di capire la bellezza delle vicine opere altrui, sia se crediamo all'assolutismo, al relativismo o a qualsiasi altra estetica.

Secondo gli assolutisti c'è una scala di valori per classificare e un modello di paragone per ogni opera — è un concetto troppo platonico. Al modello si rivolge prima l'artista nel fare, poi il critico nel dire, nell'illustrare; alla scala dei valori giunge il critico per estrinsecare le proprie opinioni. Sempre, secondo gli assolutisti, ogni opera ha un modello, ma il modello vero dovrebbe trovarsi nella mente di chi osserva nel momento dell'interpretazione, di chi vede e trasfigura, di chi riceve l'impressione e la trasmette con mezzi fisici, cioè sarebbe un modello ignoto al critico che non vede e non pensa come l'artista.

Il critico può accontentarsi dell'armonia estetica, di quel qualcosa che parla al suo spirito, di quella vitalità espressiva che l'opera ha in sé. Vitalità propria che non si avvicina a qualsiasi altra, nemmeno a quella di altre opere del medesimo autore — lo testimonia l'artista quando prende in mano una sua creazione di molto tempo prima e si chiede sorridendo "ma questa è mia?". La mancanza del modello di paragone fa crollare la teoria degli assolutisti, ma non dà ragione ai relativisti, i quali pur avendo portato gran contributo alla critica estetica, si sono infangati nel concetto che il gusto, il piacere soggettivo, prende parte attiva nel giudizio, anzi è quello che meglio giudica.

Nemmeno un relativista sarà un obiettivo pur abolendo scale e modelli, perché guarda l'estetica senza dimenticare se stesso, senza aborrire la più orribile colpa: il parteggiare, e sarà smentito dai posteri pari di un assolutista. E poi non scerne l'impressione che l'opera gli suscita dall'espressione caratteristica che questa ha, creando una confusione, vietando l'esistenza dell'estetica e giungendo ad una narrazione che può fare un medico, un avvocato, un qualsiasi intellettuale che magari non si è mai curato dell'arte.

Per intendere il bello c'è una sola via, la quale si può conoscere identificando il giudizio estetico con la creazione estetica. Sembra questo un parlare difficile ma è molto semplice e si afferra meglio con un esempio: un critico si sposta ripetutamente avanti ad una pittura con lo sguardo avido di scoprire, non riesce a capire, ad afferrare il significato, infine penetra l'espressione e si sente sollevare lo spirito da un piacere che è quello estetico; un altro critico guarda la stessa opera e fino a che non avrà capito dove sta il bello, quindi l'espressione, non potrà godere l'opera e l'estetica di questa. I due giudizi saranno concordi, entrambi avranno visto chiaro nella stessa maniera; e non potrà accadere che l'uno neghi quel che l'altro afferma, perché l'espressione estetica non parla due linguaggi, ma uno solo, ed è quello che giunge ad una intesa con lo spirito.

Elenco degli articoli pubblicati

Archivio

Elenco degli articoli pubblicati da Giovanni Pennacchietti

Rassegna stampa

Articoli pubblicati su Pennacchietti

14/08/1952Mattino di Napoli
21/09/1952Mattino di Napoli
26/10/1952Idea
09/03/1954RAI "Ancona"
11/03/1954L'avvenire d'Italia
06/01/1955Il Tempo
18/02/1955Arti
19/08/1956Cronaca di Calabria
12/02/1957Il Messaggero
19/02/1957Il Messaggero
20/02/1957Corriere della Nazione
26/02/1957Il Tempo
10/03/1957Voce della Vallesina
07/08/1957Voce Adriatica
05/02/1959Il Giornale d'Italia
10/02/1959Arti
11/02/1959Gazzetta del Libro
13/02/1959Voce Adriatica
16/02/1959Il Tempo
18/02/1959Il Tempo
23/02/1959Il Tempo
25/02/1959Voce Adriatica
03/03/1959Voce Adriatica
09/07/1959La Settimana di Roma
17/07/1959This Week in Rome
24/07/1959Il Resto del Carlino
25/08/1959Arti
Estate 1959Classe
24/12/1969La Gazzetta
Luglio 1970Anni Nuovi
31/03/1971Jesi e la sua Valle
02/04/1971Servizio Telegiornale ore 13:30
04/04/1971Voce Adriatica
08/04/1971Daily American
08/04/1971Paese Sera
10/04/1971La Voce Repubblicana
14/04/1971Realtà Oggi
Aprile 1971Quid (anno IV, n. 3)
28/03/1986Il Tempo