Pennacchietti secondo la critica
Marchigiano di Jesi, Giovanni Pennacchietti accende il suo amore per la pittura grazie a quattro occasioni: le inquiete opere di Lorenzo Lotto conservate nella sua città, l'insegnante di "disegno" che offrì a lui ragazzo il primo apprendistato, l'amore sotterraneo per l'opera di Scipione e la residenza definitiva a Roma.
Dal 1950, Roma diventa per lui il centro di attività; come è stato per Bartolini, Scipione, Fazzini, Mannucci e per altri figli della generosa terrà marchigiana. Ma pur vivendo nella grande città, Pennacchietti non perde il contatto interiore con l'ambiente della sua prima formazione. Infatti egli dice, senza i compiacimenti di quelli che ora scoprono il "territorio": "Trascino dietro questo sapore di terra e il mio passato lo proietto nel presente…".
Si avverte una scelta, un destino in questo suo rapporto con la natura, frutto di una cultura contadina. Un amore panico per gli elementi fa giungere la sua pittura al limite dell'informale, senza sganciarsi da un'oggettività carica di contenuti emblematici.
Viene conseguente riportare una brano di Mario Rivosecchi da una presentazione del 1971: "…solo l'indubbio possesso dei mezzi tecnici possono sostenere tale sicurezza di attuazione. Il grande quadro, in cui l'abbandono dei corpi, beati di giovinezza e di sole, viene contrapposto al macabro richiamo di ossa semi-sepolte di un grosso bovino e da alberi spogli, è una composizione che ci preannuncia la possibilità di questo vigoroso immaginare e attuare, così da vedere nella produzione di Pennacchietti, uno degli assertori più efficaci d'una rinnovata figuratività…".
E ciò, in quest'epoca "trans", "post", "neo" è un segno positivo che richiede un'attenzione particolare all'opera e alla personalità di Pennacchietti. I suoi colori sono saturi e nello stesso tempo diventano come materia bruciata, e fin dal primo periodo hanno una particolare densità. Pennacchietti è soggiogato da una tavolozza basata sul contrasto timbrico, che però non gli impedisce di esprimere le sue capacità di accordo. Pittore di media e di grande dimensione, dimostra un'autentica disponibilità alla "dilatazione dell'immagine".
Giovanni Pennacchietti porta dentro di sé la necessità di una pittura frontale, densa, disposta per campi cromatici. È una pittura di pensiero, di angoscia e di sogno, nella quale la qualità timbrica si fa colore-peso, materia-luce, cioè non facile colore "post-modern", sia che si tratti delle sue figure scabre e dei suoi nudi bruciati, che delle sue architetture vegetali.
Meritano inoltre attenzione le sue "carte acromatiche", basate su forti contrasti o timbri di bianco-nero con l'inserimento di gamme di grigi. Sono infatti tavole di meditazione, tastiera o codice per la stesura dei suoi campi cromatici caldi (rossi, arancioni, siene bruciate) e freddi (gialli zolfo, verdi vetrosi, azzurri crudi, bruni neri). I suoi grandi inchiostri, oltre essere momento di riflessione, sono anche diario e riposo.
Le prime serie sono la testimonianza di una sofferenza quotidiana. La serie ultima, raffinata ed essenziale per segni, presenta schegge di poesia, dialogo (di speranza?) sulla "battigia" del suo mare marchigiano. La sua personalità complessa e riflessiva esprime una carica drammatica, raggrumata, non gridata, che si fa intensa quanto meno viene aggettivata.
Insiemi vegetali come occupazione dello spazio, sono il suo canto alla natura e nello stesso tempo la sua condizione morale. Cardi, erbe di fosso, girasoli, rami, rigurgiti di mare diventano personaggi e testimoni emblematici dell'amore che Pennacchietti porta alla vita e all'uomo.
È una zona, quella che va da Fontanella Borghese al Pantheon, fra le più magnetiche di Roma e molto cara agli artisti; passando per le vie più strette, tra lame di luce e fasce d'ombra, ancora oggi può capitare di sentirsi sfiorati dal mantello di Caravaggio.
Giovanni Pennacchietti avendo imboccato sin dall'età giovanile una strada non comune a quella dei propri familiari, si trovò come molti altri artisti della sua regione, nella città che non a caso viene definita la più grande delle Marche. Entrando in una piccola corte che guarda via della Lupa, per l'esattezza al n. 17 di via dei Prefetti, si aveva di fronte il portoncino del suo studio, senza fare anticamera chi entrava trovava un vecchio divano per sedersi e la rara predisposizione dell'ospite all'ascolto; Giovanni, a costo di sacrificare un po' di quel tempo che non basta mai a soddisfare le esigenze di un artista, non riusciva a farsi negare.
L'insegnamento e la direzione del Liceo artistico Caravillani l'avevano abituato a perfezionare i rapporti civili con la gente ed il dialogo appassionato con i giovani. Le sue indicazioni e gli incoraggiamenti li ricordano bene quanti si sono formati alla sua scuola, oggi scultori, pittori e grafici affermati o a loro volta buoni insegnanti, attenti alle sollecitazioni ed alle indicazioni culturali più stimolanti, ma non ignari delle mode e dei modi che possono condizionare i programmi e gli orientamenti individuali.
L'amico Marcello Gubbi, che mi presentò Pennacchietti, mi aveva parlato già dell'intenzione di Giovanni di allestire un'ampia esposizione personale nella sua città, preceduta o seguita da un'altra simile da presentare a Roma. Ci siamo conosciuti proprio il giorno che il pittore era venuto per stabilire i primi contatti con gli addetti a questo genere di manifestazioni, per visionare uno spazio idoneo, per parlare del catalogo, eccetera. Seppi che Pennacchietti era nato nel '31 a Montecappone, una contrada di Jesi: qui, nessuno che abbia passato l'età di mezzo, si limita a dire che è di Jesi e basta. Cosa ben diversa è l'esser nati e venuti sù all'Erbarella, a San Pietro o al Prato.
Appresi sempre quella mattina le notizie essenziali sul suo lavoro di artista, seppi di alcune conoscenze comuni e dell'impegno che gli richiedeva la scuola. Le altre due volte che Giovanni venne a trovarmi, di lì a qualche mese, si trattenne volentieri ad osservare i lavori appesi alle pareti, a sfogliare un paio di cartelle di grafica, qualche libro, ed a discutere di fatti che hanno più o meno attinenza con l'arte. Nel parlare riusciva a collegare le espressioni attuali ad altre note o neglette del passato con la naturalezza di chi ha partecipato costantemente, con occhio aperto, al dibattito sociale ed artistico.
Già il giorno che ci siamo conosciuti ed ancor più durante i due incontri successivi, il pittore era infastidito da una tosse secca ed a tratti irrefrenabile. Il sigaro spento, al lato della bocca, praticamente un trastullo, non faceva pensare alla solita bronchite cronica del fumatore. Purtroppo si dimostrò molto presto un sintomo del male che, giorno dopo giorno, aveva la meglio su di un organismo all'apparenza robusto.
La polvere leggera che Giovanni lasciava si depositasse sui girasoli secchi, gli spezzoni di rami e le foglie, suoi modelli silenziosi nonché preziosi inviti alla riflessione sull'esistenza, sulle fugaci manifestazioni dell'apparire che ci portano sempre più a dimenticare la fragilità dell'essere, non è diversa nella sostanza da quella che presto si deposita su ciò che facciamo.
In uno dei libri cari al pittore, custodito in uno scaffale al riparo dalla polvere, leggo una dedica: "A Giovanni Pennacchietti, all'amico che è sicuro del mio farmi poesia, quanto io lo sono del suo farsi pittura…", l'autore della dedica e della raccolta di versi intitolata "Pietra e colore" è Mario Rivosecchi. Leggendo altri due libri di sue poesie: "Erbe nel cielo" e "Silenzio di vita" mi trovo quasi d'istinto a porre il segno su alcune pagine; il timbro di queste parole sulla carta offre sensazioni simili a quelle che trasmette il linguaggio visivo che caratterizza alcune creazioni di Pennacchietti.
Questi suoi fogli inediti, una trentina di composizioni monocromatiche sistemate nello spazio raccolto dello studio L'Asterisco, accompagnati da un esiguo numero di dipinti, non bastano a fare l'esposizione riassuntiva che l'artista desiderava offrire alla sua città ed alla regione, ma rappresentano la prima occasione per far conoscere un aspetto dell'artista attraverso una raccolta di sue opere.
Jesi, novembre 1991
In una via antica del centro di Roma si trova una casa costruita nel secolo XVI nel cui cortile caratteristicamente romano c'è uno studio di pittore dove il visitatore ha modo di vedere dei quadri attraenti, creazioni di un pittore, pensatore profondo, sensibile ai fenomeni della natura.
La maggior parte delle opere di Giovanni Pennacchietti è natura morta, meno numerose sono le pitture d'argomento figurale e le grafiche eseguite con tempera e con inchiostro di china diluito, preziose quanto le pitture. L'artista è scrutatore, intenditore, analizzatore e perpetuatore dei fenomeni attuali. Ciò nonostante, nello studio regna un silenzio nobile che ricorda quello dei conventi medievali. Apparentemente lo confermano la calma particolare, la fine melanconia delle opere, per altro proprie anche dello spirito e del carattere dell'artista.
Questa calma apparente ci "inganna" solo nel primo momento perché in realtà nei suoi quadri c'è una tensione interna e non la celano nemmeno la qualità e l'armonia dei colori e così ad un tratto il silenzio si scevera dalla tensione. Si sente che per l'artista la creazione è, soprattutto, un processo psichico al quale sottopone quasi tutti i mezzi dell'intuito e del sapere pittorici; in tal modo le sue opere sono veramente espressione di se stesso.
Si sente che la pittura non figurativa non lo attira; la filosofia della sua arte è comprensibile per tutti: nelle sue creazioni è presente l'essere umano, lui gli parla. Pare, conformemente al suo carattere, che lui consideri la vita un po' dall'alto, con una certa stanca eleganza che si sintetizza nelle sue opere in un'atmosfera insolita.
Gli piace disegnare e disegna con cognizione sicura. Secondo le sue stesse parole, non può immaginare la pittura senza saper disegnare, ritiene il disegno fondamento anche della pittura dalla tonalità più ricca. Caratteristica delle sue opere è il tono caldo, ma fa grande attenzione di non far figurare mai i colori nella loro maggior efficacia. Se, per esempio, adopera un tono più chiaro, quello dell'altro sarà lo stesso ma più forte; così le sue pitture sono, nel senso pittorico della parola, colorite.
Il suo senso dei colori, la sua consideratezza pittorica spiccano chiaramente e quasi legalmente in ogni centimetro quadrato delle sue opere. La sua pittura è filosofia d'arte e questa specie di filosofia ci fa riflettere anche in questo secolo di corsa precipitosa.
Sono composizioni affascinanti di natura morta e di paesaggio i quadri nei quali sono ritratti conchiglie, chiocciole, frutti di mare gettati sulla riva del mare. Come se il pittore volesse simbolizzare la monotonia e la crudeltà della vita: perché si è al mondo, tanto non rimane nulla della nostra vita che conchiglia vuota, guscio rinsecchito. È un argomento strano, con particolare linguaggio pittorico, delicatezza e finezza.
I quadri di Giovanni Pennacchietti fanno sentire di essere stati dipinti da un artista autentico italiano. E trattandosi di un artista italiano è insolita la melanconia di cui abbiamo parlato. Ciò nonostante i suoi quadri sono di bellezza raggiante e forse così ci attirano ancora di più; abbiamo sentito nella sua arte un'atmosfera che esprime pienamente la sua professione di fede artistica. Le sue pitture sono, nel senso odierno della parola, la rinascita della pittura figurativa.
Uscendo dal suo studio, abbiamo il sentimento che quest'arte risveglia anche la grandiosità del nostro essere umano; la sua fine tristezza, invece, traspare attraverso i colori accesi come se ci ammonisse: difendiamo i valori dell'anima, essi ci aiutano a rimanere anche oggigiorno uomo — il che non può essere solo il compito dell'artista che ci svela se stesso.
Recupero della struttura catartica sulla forma riassunta da concetti analizzati da diversi punti focali per un necessario benessere che possa scaturire dall'analisi autocritica — autocondizione sociale verificata nell'appartenenza rapportata a nuclei asociali — indagine del subconscio nella verifica dell'oggetto strutturato in un'apparente calma indagata a priori da necessità di scoprirla intatta e felice — volontà di affrontare un discorso pulito che nel proseguio dell'operato si realizzi in una sorta di disumanizzazione dell'immagine e conseguenzialmente di colui che indaga una complessità per continuare a verificarsi.
Dall'evento chiarificatore uno schianto di pensieri che contaminano l'indagine e ne creano lo scompenso al punto che l'analisi partente da una attenta meraviglia dell'oggetto partorisce l'effetto sortito da un dubbio interiore — défaillance tale da confondere l'idea allo stesso operaio dell'immagine — caos emozionale da renderlo asociale agli occhi dello scrupoloso pseudo pulito intimista dell'OGGETTO-NATURA che vuole comporsi e comporre in bella maniera — ipocrisia per rifuggire le problematiche complesse dell'IMMAGINE-OGGETTO-NATURA.
Dal benessere fisico di sentirsi pulito attraverso la "stolta apparente purezza", dal cercare di coordinare il tutto nella disamina evitando il vago senso del sogno borghese, l'analisi si catapulta in una ricerca più rappresentativa dell'essere cercando altri rapporti visivi più convinti e demolitori, più vicini al selvaggio esistere che ci accomuna. La simbiosi SEGNO-COLORE maledice la purezza — l'operaio disumanizzazione — mentre l'immagine grafica è più calma necessitata dallo stato contemplativo delle prime attente letture per conoscere l'OGGETTO-AVVERSARIO.
Il dispositivo-inventiva nello stadio compositivo finale si risolve in una feroce tensione dinamico plastica. Finalmente l'immagine, caotica solo a un lettore superficiale, viene a conoscenza di un contesto più attuale all'indagine critico-sociale necessaria per inquadrare l'UOMO-OPERAIO-ARTISTA nel MOMENTO-OGGI.
Lo status-quo della bella forma viene negato e si realizza in una tematica di diversa cifra rappresentativa — il tutto è pensato, creato in uno spessore emozionale afferrante un senso più vero, più onesto della ricerca — mai questo correre si ferma autolesionistico cercando il verso delle mode. Anche nella continua disamina di essenzialità gestuale e di campitura balza visibile il sano operare dell'autore, l'amore morboso verso le COSE-NATURA che lo dovranno riscattare.
In un discorso che sembra puramente pittorico esiste una orditura di concetti sociali che assalgono e assolvono. L'OPERAIO-ARTISTA vive nella necessità dell'indagine, forse chiede necessarie proporzioni di chiarezza, ma l'appartenenza ad un mondo confuso non gli permette di esprimersi se non nella necessità di sentirsi vivo e confuso, vero e niente nell'arco operativo UOMO-OPERAIO-ARTISTA alle prese con una coscienza che cerca una forma responsabilizzata per il proprio riscatto.
In questa affannosa rincorsa verso la chiarificazione di se stesso l'UOMO-AUTORE non si placa nella soddisfazione del suo operato — dopo aver indagato sembra smanioso di ricominciare a muoversi in un cammino che prenda energie nuove da magmatiche apprensioni di diversa statura. Forse per tutto questo è inutile e fazioso agitarsi per inquadrare Giovanni Pennacchietti nel sistema degli stili — operare è già così pesante per un'entità responsabilizzata che cerca ogni giorno di verificarsi e riscoprirsi UOMO-ARTISTA.
Come vi è un'arte figurativa, ormai vieta se basata sulla pedestre riproduzione del vero, così anche esiste un astrattismo vuoto, quando si risolve in forme non possedute, non sofferte, non coscientemente rinnovatrici, ma soltanto in trovate formalistiche, in astruserie.
In cinquant'anni di convivenza con gli artisti, dal Secondo Futurismo ad oggi, scopro, e segnalo quando posso, sia nell'uno che nell'altro campo, quelle individualità che, in sé ed in ogni aspetto della realtà, cercano l'interiore palpito vitale, lo posseggono e lo rivelano umanamente. Ad esempio, nella pittura, molto mi persuade Giovanni Pennacchietti, e per la originalità con la quale dispone, in uno spazio suo, modi di essere della natura, e, soprattutto, per la vigoria di pennellata con cui rivela sensi propri dell'uomo, meditante, angosciato, sognante, teso in ascolto, deciso a lottare, così da ricomporlo, nel colore d'evidenza trasfiguratrice, a palesarci, dalla testa ai piedi, lo stato d'animo che lo possiede. E non in ritratti di ordinazione, ma quasi sempre motivati da lavoratori.
Ogni suo disegno, incisione, dipinto, è costruito con moderna efficacia di sintesi. Il gruppo dei "Contadini" è solo deciso silenzio d'uomini di fatica, dai berretti alle mani; e lo sviluppo astratto, nell'alto del disegno, ne esprime ancora l'indomabile fermezza. La "Figura perplessa" è pure un uomo di fatica; ma l'evidente distacco dal vero visto, trasfigura la mano che sostiene e s'unisce in luce alla testa appesantita dai pensieri; la camicia ne è l'eco palese, ove spazi di riposo si alternano a solchi di contrazione; il braccio nudo, una delle mani e ogni altra parte del corpo è solo rilasciato abbandono.
Anche la varietà dei frutti di mare, di conchiglie lasciate dall'onda sulla riva, di motivi vegetali, sono espressione non di casuale compiacenza, ma di vigore costruttivo di spazi e dell'ambiente che li accoglie. Sicché il segno e la pennellata evocano, senza mai riprodurre: un minimo cenno basta a richiamare l'oggetto, che si fa elemento necessario alla composizione.
Solo un attento osservare, un incessante meditare, oltre l'indubbio possesso dei mezzi tecnici, possono sostenere tale sicurezza di rapida attuazione. Il grande quadro, in cui l'abbandono di corpi, beati di giovinezza e di sole su di una spiaggia, viene contrapposto al macabro richiamo di ossa semisepolte di un grosso bovino e da alberi spogli, è una prima notevole composizione che ci preannuncia la possibilità di questo vigoroso immaginare ed attuare, così da vedere nella produzione del Pennacchietti, uno degli assertori più efficaci d'una moderna rinnovata figuratività.
Sono lieto che mi si offra l'occasione di portare una testimonianza in favore di Giovanni Pennacchietti. Lieto perché, a parte la solita questione dell'amicizia e della simpatia, ho sempre considerato Pennacchietti, fin dal giorno in cui ebbi modo d'incontrarlo (ho scarsa memoria per le date, ma dev'essere avvenuto verso la fine del '49, al tempo del suo trasferimento da Jesi — sua città natale — a Roma, lungo quella Via del Babuino lastricata più di illusioni che di genialità, più di fallimenti che di successi) un pittore autentico, uno dei pochi autentici del nostro tempo, e uno dei più dotati di vitalità.
Pennacchietti — va, intanto, detto subito in apertura di questa breve testimonianza — è un pittore di difficile incasellamento. Tanto difficile che spesso si finisce per trascurarlo. Il fatto è che Pennacchietti, durante venti anni di tenace lavoro, attraverso periodi duri e spesso angosciosi, è rimasto sempre fedele a se stesso, ancorato ad una dignità morale che, a tutt'oggi, gli fa rifiutare — sempre — qualsivoglia allettamento.
Uno degli aspetti, infatti, più appariscenti che caratterizzano la personalità di Pennacchietti è la sua straordinaria fedeltà — una fedeltà cosciente, e veramente morale — al proprio mondo, che è poi quello del suo quotidiano rapporto dialogico con la realtà circostante: un procedimento operativo, questo, che, a ben vedere, consente all'artista di dare a questa realtà — dopo averla scardinata nelle sue più intime strutture e ricostruita entro una nuova unità con intense o tenui modulazioni cromatiche, preziose nella materia che le esprime — un valore assoluto di coscienza e di giudizio.
Ne escono opere come queste qui esposte che fanno fede d'intendimenti onesti ed elevati — di una bellezza così scoperta e incontestabile che soltanto l'ottusità del pregiudizio potrebbe impedire di scorgerla. Segno che l'artista è arrivato a una felicità di linguaggio che non vuol dire affatto facilità, o abilità dovuta a un fatto di natura meramente manuale, ma paziente severa disciplina, lenta meditata conquista dei mezzi espressivi.
E di ciò, vale a dire di questa conquista e di questa disciplina del pittore Giovanni Pennacchietti, vorrei recare testimonianza ai visitatori di questa sua "personale", particolarmente a coloro che, avvicinandosi per la prima volta alle sue opere, amano la pittura e sanno individuarne i valori — quelli, intendo, dell'autenticità —: il suo credere religioso nella pittura, la sua fede, la sua tenacia, i suoi sacrifici.
Che poi Pennacchietti non offra facile l'appiglio dell'incasellamento, questo non ha importanza. L'importante è che ogni suo dipinto — sia esso di pittura o di grafica — rechi il sigillo della sua personalità: il sigillo di chi non improvvisa e non si affida al caso, consapevole dei limiti entro i quali esprimere la propria matura visione.