Lo studio senza pareti

Antonio Caruso

Roma, 13 marzo 1987

Cavalletti, tavoli, ripiani, poltrone, armadi in ogni angolo, come pagine di un libro e tele: presenze narrabili pregne di significato. Quasi per caso un accenno di petali rossi, colori di percorso bambino e di campi amati ma incolti.

Nella tavolozza le tinte di una terra in antiche stagioni; che contempla assorto vicino ai gialli, ai rossi, ai bruni quasi sommessi. Nel racconto: le foglie, i cardi, le radici e i rami contorti di rive marine e i fossili come nostalgia del tempo, struggente conferma del grande amore.

Nel linguaggio di immagini, l'eloquenza ad una visione di segni inconfondibili, che la mano ha e ancora deve carezzare i lignei aspri. Pittura della natura negli spazi tra sogni e ricordi, presenza di vita e morte tra erbe e licheni, fiori e rami sanguigni pulsanti e conchiglie predilette d'infante fragore che tra i vivi forse non sono più e tra i morti non sono ancora.

Lo studio senza pareti e confini, perché giardino delle stagioni di nature perenni in cui i rumori del mondo giungono attutiti da silenzio e dalla meditazione. Acerbe nature delle illusioni dipinte come creature alberiformi, e non il grigio conformismo, perché immerse nei gialli infiniti ove i ricordi sono reali e generosi di un tempo lontano e pur così vicino.

Le gradazioni dei verdi, rosati e le rosse presenze fisiche di un travaglio terreno che decifrano l'animazione dell'uomo pronto ad apparire al di là di siepi o cespugli cerulei per difendersi e simboleggiare l'incomunicabilità tra i pensanti — lineare, essenziale, composito nei grandi fogli bianchi. Impressioni gestuali, con in primo piano fossi di varia forma che nella pittura divengono essenza della natura viva. Idea primaria in cui le forme si attraggono, convivono e si compongono per enuclearsi in embrioni di esistenze già vissute.

Ritornano i motivi originali di esperienza vissuta tra le genti dei campi. Esalta i solchi delle terre, lontano dagli ingranaggi metallici stritolanti che non offuscano l'occhio e non divorano il lamento della voce del pittore. Seduto, vicino alle amate tele non si lascia imbrigliare.

Il suo fare artistico non subisce la storia o una moda, ma scatena con violenza e compostezza essenziale la consapevolezza dell'essere uomo. Combatte i draghi incombenti, si libera dal magma che lo opprime e quasi lo soffoca. Riesce ad esprimersi con toni e mezzi che evocano incondizionati spazi mobili su cui una conchiglia, alcuni rami, una radice, una foglia secca, sabbie e terre convivono l'equivalente cammino di un diverso orizzonte che si muove dal centro ai lati della tela.

Nella produzione artistica convivono l'attenta ricerca figurativa, espressa non solo dal ritratto, dal nudo ma anche alla composizione che porta avanti la decantazione del moto immediato a resa tecnica ed espressiva di rigore ancora grasso di impasti cromatici, attuando nella purezza del colore la sintesi delle forme nello spazio.

Firma di Antonio Caruso

A Giovanni Pennacchietti

Aurelio T. Prete

Se abbiamo ripetuto pur sempre che arte vuol dir personale punto di vista del suo artefice, e pertanto abbiamo stigmatizzato sia l'ortodosso ripetitore del vero quanto il traditore della realtà, ne scaturisce la considerazione che pochi effettivi artisti si siano imposti attraverso opere per nulla inquinate dai prodotti deleteri elementi.

Fra quanti in materia pittorica sanno realizzare opere figurative lungi da emulazioni di sorta e fuori da canovacci definibili in correnti o mode, sta Giovanni Pennacchietti, pittore marchigiano da oltre un ventennio in Roma. Vario nella tematica, Pennacchietti dissertà disinvoltamente sia nel campo della figura umana che del paesaggio e della natura silente. La sua è pittura assai valida, dai colori violenti ma ben armonizzati in costante tonalismo.

Venute da un figurativo attento e quanto mai fedele alla realtà, l'Artista ha pian piano serrato il colore, sciolta la linea, esemplificato il suo racconto nella sapiente ricerca dell'essenziale. Ne è venuta fuori una pittura di serio indirizzo post-espressionista, carica di densa cronia ma nello stesso tempo spolverata da caldi accenni poetici. Un lirismo che si evince sia dalle sue figure che da certe nature silenti ispirate alla più caratteristica fauna marina.

Il dissolversi del soggetto attraverso trasfigurazioni personalissime fuori d'ogni leziosa formula courbettiana, fa d'ogni lavoro del Nostro una profonda pagina valida sia per tematica che per costruzione. Una pittura magistralmente resa da una mano esperta e veloce, la stessa che nobilita conchiglie come cardi, elevando il tema a poesia. Una poesia forte, vigorosa per il colore, fluida per la linea.

Ma Pennacchietti — colorista encomiabile — va attentamente valutato quale disegnatore scavato. Alcuni suoi lavori in bianco-nero riportanti la figura umana fanno di già quadro, siccome convincono fermi di segni acquerellati nei loro chiaroscuri, nei quali conchiglie e flora marina ci appaiono eseguiti con veloce e suggestiva fluidità monocromatica.

Da un post-impressionismo ad un neo-espressionismo, il passo pittorico di Pennacchietti ci appare inevitabile, data la sua essenza marchigiana: quella che determinò l'arte di Mafai come di Bartolini e di Monti. Una pittura pregna di scuri rossi, di neri, di verdi in loro difficile degradante scala, di bianchi risultanti dall'intonsa tela sottostante, di toni sempre caldi, che riconosceresti senza firma alcuna.

Per questo, una pittura valida, che fa di Giovanni Pennacchietti uno dei più sensibili e personali pittori peculiari al loro più intimo sentire.

Materia, energia e luce

Anna Paola Somme

Momenti essenziali nell'esperienza pittorica di Giovanni Pennacchietti sono, da un lato, il rapporto profondo dell'artista con la "fisicità" della terra e degli elementi naturali, dall'altro, le suggestioni recepite, soprattutto da alcuni autori, della Scuola romana.

Un incontro importante con l'opera dell'artista in questione, si è avuto nel mese di marzo, nella galleria "Il punto" di Velletri, città con cui Pennacchietti — marchigiano di origine e da tempo residente a Roma — mantiene legami di consuetudine affettuosa, che risalgono agli anni della sua attività di insegnante.

Il genere di questa pittura appartiene ad una figuratività in cui l'immagine, sia pure nitida e corposa, viene usata al margine della fusione tra gli elementi che la compongono e quelli dell'habitat che la circonda. La composizione degli oli è basata su di un cromatismo intenso e fortemente contrastato, in cui le alternanze di tonalità calde e fredde, ben poche occasioni di respiro si concedono sulla tela, nella quale raramente appaiono spazi di bianco o variazioni timbriche attenuate.

La pennellata densa, spessa — l'artista usa sovente "fabbricarsi" da sé il colore, inserendovi impasti terrosi — è al tempo stesso calma e luminosa. Gli oggetti che vi compaiono, quasi sempre appartenenti al mondo organico e vegetale, perdono la loro immediatezza di "cose", trasponendosi in una dimensione metaforica. L'immagine infatti, che può espandersi e dilatarsi, impadronendosi del campo cromatico, trascende la mera funzione dell'esserci come rappresentazione dell'oggetto: essa spezza i confini che la rendevano traccia di un vissuto situato nella memoria, per irrompere, materializzandosi, nel presente.

Sia pure bruciati o corrosi, nel loro abbandono, dall'azione del tempo, gli oggetti sono quindi sempre presenze fisiche e non evocazione di fantasmi. L'intensa carica vitale e il senso panteistico della natura che vi si esprimono, mantengono dunque la pittura di Pennacchietti su di un tono di elevata tensione drammatica.

Soltanto in apparenza, la serie delle chine, impostate sulle tonalità del bianco-nero e dei grigi, può suggerire un'impronta di liricità più accentuata o di ripiegamento crepuscolare. Più frequenti infatti vi compaiono le aperture del bianco, fra i percorsi del segno scuro, conferendo all'insieme una connotazione più ariosa e riposante. In realtà, la dinamicità di questi inchiostri è evidenziata proprio dal movimento dei neri che, in opposizione agli sfondi, ricreano figure o frammenti, tra cui, l'inserimento delle gamme di grigio amplifica, anziché attutire, il contrasto.

Testimoniano comunque l'attaccamento dell'artista per tutto ciò che è — o è stato — materia, e che ora, nella composizione, diviene energia e luce.

Firma di Anna Paola Somme

Documento autografo

Antonio Rizzo

Dedica autografa di Antonio Rizzo

Lettere

M. L. Iannetti

Lettera di M. L. Iannetti — 1
Lettera di M. L. Iannetti — 2

Visione

Giuseppe Nota

10 febbraio 1959

(Al Pittore e Scultore Giovanni Pennacchietti)

Piccola casa di Trastevere
e un giardino con l'edera
e le viti.
Una rustica sala
ove nella cornice
fissato è il volto d'un momento,
In caldi colori,
palpabile.

Tre girasoli di Russia
giganti si voltano al sole
che passa tra le finestre sul tetto
dando riflessi a macchie
di mandorlo fiorito;
e foglie sparse di platano
salutano per sempre l'autunno
riposanti in gaia solitudine.

Là pure si ferma l'estate,
l'inverno,
l'aurora e il tramonto
in sospesi miraggi;
e, il tempo, ne la risonanza
d'una parola:
“Tutti trarrò a me dalla Croce”
scolpita.

passano intanto i secoli,
e leggera una visione
si scioglie da nubi fulgenti,
e lievemente si posa
silente,
fragrante come una rosa bianca.
nasconde una gloria
un gran gesso in abbozzo,
canta un bimbo al collo abbracciato
“sono tutte belle le mamme del mondo”